ANCORA UNA VOLTA…

Nella piovosa mattinata del 12 dicembre 1969, in una piazza di Milano, all’interno di una banca, ovvero quel luogo dove normalmente vanno tutte le persone per adempiere alle gestione dell’economia della loro famiglia o della loro attività professionali; veniva inaugurata una nuova stagione, all’insegna del controllo delle coscienze mediante il terrore. Non importava cosa pensassero quelle persone, se erano apolitici o meno, se erano stati fascisti o ex partigiani, se votavano per Almirante o per Pietro Nenni. Si può ipotizzare che probabilmente si trattava, vista l’epoca, di ceto medio, piccolo borghese, qualche artigiano, qualche bottegaio, più gli impiegati della banca ovviamente; difficile pensare che ci fossero degli operai della catena di montaggio, lì in quel momento. Si può ipotizzare che all’interno della Banca dell’Agricoltura statisticamente i più numerosi erano i democristiani, seguiti dai comunisti, alcuni socialisti, poi repubblicani, liberali, socialdemocratici, qualche fascista ci sarà pure stato, forse ci sarà stato anche qualche transfugo del Partito d’Azione. Quel modo di relazionare verso la massa non teneva conto di queste particolarità, facezie proprie della massa, cui, chi metteva in atto questa strategia, non appartiene. Ne è al di sopra. I fermenti politici che agitavano la società italiana di quel tempo valsero, secondo alcuni a cagionare quanto accadde da lì a poco. Si chiamò in causa lo Stato per questa strage, visto che gli anarchici nonostante gli sforzi, non furono imputabili. Poi si cercarono alcuni grandi nomi del fascismo extraparlamentare di allora. Non si seppe mai, fino in fondo come andarono le cose, rimasero dei sospetti, delle persone imputate per oltre trent’anni in processi fiume, che alla fine non significarono nulla. Oggi probabilmente pochi giovani sanno di quella bomba, di quella stagione, di quello che significò.

La perdita di memoria è la calamità più grave che possa capitare ad una vittima, e, di rimando, la fortuna più smaccata che possa augurarsi un carnefice. Quelle bombe valsero ad inaugurare una modalità di risposta, un contràltare, verso le nuove istanze che venivano poste in essere dai tempi, dalle giovani generazioni, dalla gran massa del popolo italiano e che chiedevano un rinnovamento della società italiana. Se quelle morti valsero a rinnovare il patto di sangue fra una massa distante dal Potere ed il Potere Medesimo, la dinamica di quegli atti valse a ricordare che il vincolo fra i due era un vincolo forgiato nel sangue e che solo il sangue poteva spezzare. Uscire da quel legame era possibile forse, a patto di essere disposti a subire una violenza cieca ed inaudita.

Oggi quella stagione è finita, tuttavia rimane un rapporto scomodo fra un Potere sempre più impegnato a guardarsi l’ombelico e a celebrare se stesso, e la massa che, merito della crisi economica, nonostante l’intorpidimento delle coscienze mediaticamente indotto, comincia ad avvertire qualche disagio. I non frequenti, occasionali, ma ripetuti nel tempo, episodi di violenze poliziesche ai danni di cittadini privati, che si ritrovano ad incappare nelle maglie delle squadre dell’Ordine sguinzagliate in città sempre più blindate da videocamere e sistemi di sicurezza, suscitano qualche perplessità.

In primo luogo perché, se è vero che deriviamo da un fondamento di cultura moderna e che ci riconosciamo in uno stato democratico, la colpa o il reato non dovrebbero essere elemento sufficiente per eseguire violenze o sentenze sommarie. Secondariamente, come è accaduto nell’ultimo caso, talvolta a farne le spese sono cittadini incolpevoli. Le motivazioni date a questi episodi: dalla varietà più o meno buona delle “mele” a disposizione, all’”impensabile” circolazione di sostanze psicoattive in certi ambienti, atte a cagionare quei comportamenti e quegli episodi, stridono con i provvedimenti posti in essere a seguito del verificarsi degli episodi medesimi.

Nelle strade si continua a correre il rischio di venire aggrediti e percossi fino ad essere ridotti in fin di vita, incarcerati e bastonati fino a morirne, perché “confusi” con “altri” criminali, o magari sparati a distanza incommensurabile mentre si è all’autogrill. – “Ma questa è sicurezza !” – Potrete ribattere voi – “e qualche rinuncia, pur di essere più sicuri nella nostra quotidianità piccolo borghese, dobbiamo tutti cominciare a farla !”

Forse però esiste, un’altra risposta. Esiste un parallelo fra quelle bombe di trent’anni fa e questi pestaggi ed ammazzamenti indiscriminati per le strade d’Italia. In entrambe i casi si tratta di una questione di Ordine e Sicurezza. Ovvero di Disordine e Caos. Ancora una volta ci viene ricordato che il Potere, al di là di tanti bei discorsi illuministici sulla bontà e sulla giustezza della nostra Carta Costituzionale, sulla Democrazia che permette la rappresentanza di tutti, compresi i “cattivi”, è Uno solo, ed esercita la sua facoltà con il libero arbitrio che gli appartiene, con i mezzi che ritiene più idonei, fra cui la violenza indiscriminata, la carcerazione, la tortura. A prescindere da tanta carta scritta che, come tale, rimane dentro ad un libro, fuori, per le strade, c’è la realtà, ci sono le prevaricazioni, ci sono le morti e le violenze, da Piazza Fontana a Stefano Gugliotta, per ricordarci che dobbiamo stare buoni al nostro posto e…. sperare che non ci notino.

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